Università, USB: con il decreto semplificazioni si consolida il potere della casta

Roma -

Ildecreto semplificazioni, entrato in vigore il 17 luglio 2020, introduce delle modifiche sulla normativa che regola l’Università italiana.

Il dato più evidente è che non affronta i nodi che dovrebbe, limitandosi a realizzare piccoli aggiustamenti come se il sistema universitario funzionasse. Come se la riforma Gelmini avesse funzionato. Come se non ci fosse stata e fosse ancora in essere una pandemia che ha portato migliaia di morti e danni economici.

Questo Governo ha scelto di non affrontare le questioni che questa pandemia ha posto. Per l’Università, così come per gli altri elementi fondamentali del nostro modello sociale, dalla Sanità alla Ricerca, passando per la Scuola fino all’assetto istituzionale.

Gli interventi del decreto sono comunque molto discutibili, a partire dalla iper-precarizzazione degli assegni di ricerca la cui durata minima è stata ridotta a 6 mesi, in funzione della scadenza dei progetti di ricerca.
Si acuisce un usa e getta del personale precario inaccettabile!  
Come sindacato abbiamo sempre sostenuto con forza l’esigenza strutturale per le università di poter disporre di personale qualificato “stabile” e “pubblico” che in ogni ambito lavorativo non solo è indispensabile al buon andamento del servizio, ma è anche condizione necessaria per raggiungere l’eccellenza che si pretende dalle attività accademiche.

Si consentono gli scambi anche tra docenti con ruoli diversi; cambia il regolamento per l’accreditamento dei nuovi corsi; viene anticipata la possibilità di conferma in ruolo per gli RTD b) dopo il primo anno di contratto anche se con la specifica in questo caso di una prova didattica; si introducono novità per l’accesso alle scuole di specializzazioni per i giovani medici.

Riteniamo che non ci sia, come ha gridato qualcuno, una spinta verso l’autonomia differenziata degli atenei semplicemente perché questa è già in vigore de facto grazie al sistema che discrimina gli atenei sulla base della ricchezza, condannando quelli più piccoli e “poveri” a rimanere tali. Sostanzialmente tirando una bella linea tra gli atenei del sud e quelli del centro nord.              
Non sarà certo l’eliminazione del vincolo della stabilità e sostenibilità del bilancio o dell’elevato livello nel campo della didattica e della ricerca per sperimentare nuove modalità funzionali e organizzative, a produrre un’accelerazione in questo senso.

Non ci piace neanche l’introduzione nella Commissione di Valutazione dell’Agenzia Nazionale della Ricerca di un membro designato dalla CRUI ai danni del membro del Comitato di esperti per la politica della ricerca (CEPR) che sembra un intervento chiaramente voluto dal Ministro che, invece di rappresentare i settori della Ricerca e dell’Università, è più attento al consolidamento del potere dei rettori che lui rappresenta.

Infatti il dato politico che emerge anche da questo decreto è proprio la funzione del Ministro Manfredi che finora non è minimamente intervenuto sui suoi settori di competenza, se non per piccoli aggiustamenti interventi per lo più riferiti a situazioni molto particolari.

Il sistema dell’Università e della Ricerca aveva necessità di un Ministero dedicato, non di un Ministero che nella migliore delle ipotesi possiamo definire impalpabile, se non portatore di interessi antitetici a quelli dei lavoratori degli atenei e degli EPR e degli studenti.

 Roma, 22 luglio 2020

                                                                                                         USB PI - Università        

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