Rinnovo CCNL: con il cedolino di gennaio il primo aumento di stipendio. Ma il personale non se n’è accorto!

Roma -

Il cedolino che abbiamo ricevuto a gennaio ha spento ogni retorica ed ogni proclamo trionfalistico a cui abbiamo dovuto assistere, da parte del Presidente dell’Aran e dei sindacati firmatari, mettendo a nudo la cruda realtà: l’aumento dello stipendio sono delle briciole.     
Come USB lo abbiamo sempre detto e denunciato, ora è evidente a tutti e tutte.

 

Il CCNL firmato il 23/12/2025 per l’Università non ha portato benefici né dal punto di vista economico, né dal punto di vista normativo, visto che questa parte non è stata minimamente aggiornata: unica cosa la proroga delle Progressioni economiche verticali (PEV) in deroga al titolo di studio, a dicembre 2026.

Si tratta di un rinnovo che si conferma incapace di affrontare i nodi fondamentali di un sistema complesso come quello del “compartone” (Scuola, Università e Ricerca) che vede coinvolte una molteplicità di figure professionali costrette a condividere un modello contrattuale strutturalmente concepito più come elemento complementare di politiche centralistiche restrittive, in particolare sul piano salariale, che espressione dell’autonomia negoziale delle parti e di fondamentale leva delle politiche per il personale dei diversi settori coinvolti.

Le code contrattuali, le difficoltà a chiudere sugli istituti normativi congiuntamente ai trattamenti economici ci restituiscono un quadro desolante a dispetto dei continui proclami su modernizzazione, semplificazione, e l’immancabile malinteso merito cui oggi si accompagna anche l’attrattività, dopo che per svariati lustri si è ridotto il lavoro pubblico all’osso.

A peggiorare il quadro così delineato dalle persistenti ansie riformiste dei legislatori di turno è il ruolo di comprimari, quando non di meri gregari, cui sono state relegate le Organizzazioni sindacali da un modello contrattuale che ha imposto un sistema di relazioni sindacali compresso, significativamente depotenziato, e dannoso per lavoratori e lavoratrici.
Persino chi si è accomodato senza batter ciglio sa bene cosa significhi condurre una contrattazione decentrata con questo sistema di regole, per altro in assenza di risorse economiche. Con il rinnovo contrattuale i lavoratori hanno perso il 10% del potere di acquisto degli stipendi a fronte di una inflazione reale del 18%, giacché con l'ultimo CCNL l'aumento è stato del solo 5,76%.  

Il CCNL 2022/2024 è stata una delusione? Ma chi lo ha firmato ha promesso di recuperare con il CCNL 2025/2027.    
Una grande bufala neppure troppo nascosta
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Perché i rinnovi contrattuali fino al 2029 sono strettamente legati ai vincoli di spesa imposti dalla politica economico-finanziaria nazionale (Piano Strutturale di Bilancio di Medio Termine (PSB) 2025‑2029, approvato dal Governo il 27 settembre 2024, approfondimeno in allegato).         

Una politica finanziaria che USB definisce “di guerra” perché il governo ha scelto di dirottare i fondi al riarmo, questi sì senza limiti e restrizioni in deroga al patto di stabilità, tagliando risorse alle spese sociali, al lavoro, alla sanità e all’istruzione.             

Per le armi i soldi si trovano sempre, per aumentare i nostri stipendi e la spesa sociale i soldi non si trovano mai!

USB chiede una svolta: più investimenti, più tutele e maggiore valorizzazione del personale pubblico, affinché il contratto torni a essere uno strumento di equità sociale.

Di fronte a un sistema che considera i dipendenti pubblici soltanto come un costo da limare, e non come una risorsa da valorizzare, diventa fondamentale riconoscere la portata del problema e rompere la narrazione rassicurante dei “recuperi futuri” che non troveranno mai spazio nei numeri già scritti nero su bianco.

Per questo USB continuerà a denunciare senza ambiguità questa impostura politica e a mobilitare affinché i lavoratori non siano costretti ad accettare contratti al ribasso, mascherati da rinnovi formali.

E’ il momento di fare delle scelte, perché la lotta paga: la mobilitazione di USB con i precari e precarie del PNNR Giustizia ha portato a uno straordinario risultato: più di 9.000 stabilizzazioni!            
È il momento di pretendere una vera inversione di rotta: più investimenti, più tutele, più rispetto per chi ogni giorno garantisce il funzionamento dei servizi pubblici. Solo così il contratto potrà tornare a essere uno strumento di equità sociale, e non l’ennesima promessa disattesa.

USB PI - Università